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Quando mi avvicino a una letteratura nuova, parto sempre un po’ titubante. Le differenze culturali a volte creano impedimenti di non poco conto, che limitano ed alterano la comprensione più intima di un libro.

Ne “Le Braci” Màrai descrive però sentimenti universali: l’amicizia, l’amore, il risentimento, il tradimento.
“Le Braci” è la storia di un’attesa durata 41 anni; è il resoconto dell’incontro di due amici che dopo tanto tempo si vedono e hanno modo di parlare. Vengono a galla i fantasmi del passato, la straordinaria armonia iniziale di un rapporto che sembrava destinato a durare in eterno e che, ad un certo punto, si inclina. Il lettore viene trascinato in un crescendo di emozioni, fino a che la verità, pagina dopo pagina, non viene presentata dinnanzi ai suoi occhi: piano piano i tasselli si ricompongono, in un monologo spiazzante ed esasperante.

Màrai si dichiarò non soddisfatto di quest’opera in quanto “troppo romantica”. Dietro lo stile forse un po’ troppo lacerante e melanconico in alcuni punti, si dipanano temi e sentimenti profondi. E si fa strada prepotentemente il motivo dell’incomunicabilità tra gli uomini: la consapevolezza che, per quanto una persona sia a noi vicina, non arriveremo mai a conoscerne tutti i pensieri.

Gli interrogativi finali, che il protagonista pone più a se stesso ormai che all’amico (la cui partecipazione al dialogo è minima e si limita a poche ed inutili battute), rimangono non risolti. La risposta, quella vera, non la sapremo mai: brucerà tra le fiamme e diventerà un mucchio di cenere davanti agli occhi di Konrad, di Henrik e ad i nostri.

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