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“Era divertente constatare come Dio e Marx si assomigliassero. Forse Marx era un po’ più riccio.”

ImageOggi colgo l’occasione per parlarvi di qualcosa di un po’ diverso: non di un libro vero e proprio, ma di un fumetto. Non si tratta, però, di un fumetto qualunque, bensì di quello che è considerato uno tra i più grandi fumetti del Novecento: Persepolis, storia di un’infanzia. L’autrice, Marjane Satrapi, è iraniana: e, capirete già da voi, che meriterebbe di esser letto anche solamente per questo. Ma sarò buona e vi fornirò ulteriori motivazioni. Persepolis è, come dice il sottotitolo stesso, la storia di un’infanzia, dell’infanzia della Satrapi: nata da una famiglia nobili di idee liberali, Marjane si dimostra sin da piccola ribelle e curiosa. Proprio a causa delle sue idee rivoluzionarie, che care sarebbero potute costarle, i genitori decidono di allontanare la figlia dall’Iran e di mandarla a studiare in Austria. Ma ben presto Marjane capisce che quello non è il posto per lei: così come in Iran il suo “occidentalismo” risultava fuori luogo, così adesso – in Austria- voleva tenersi strette le sue radici islamiche. Che fare, allora? Qual è la via d’uscita per una ragazzina che sente di non appartenere a nessun posto? Marjane trova l’unica risposta nella solitudine. Fa da sfondo alle vicende, il triste scenario dell’Iran in guerra: un paese senza mai pace, segnato prima dalla Rivoluzione Islamica, poi dal conflitto con l’Iraq. Persepolis è anche (o forse soprattutto) uno strumento per la comprensione di un popolo: una cultura che si disvela attraverso la sofferenza di una bambina.

A tutti quelli che sono convinti che i fumetti non siano letteratura, ecco…a tutti questi io farei leggere Persepolis. Poi ne riparleremo.

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