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“La Cripta dei Cappuccini”, uscito nel 1938, seguito e conclusione ideale de “La Marcia di Radetzky” (il più famoso romanzo di Roth), è un romanzo di morte. Cronologicamente seguente all’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista, è il lungo pianto di uno scrittore e di una nazione intera che vedono morire la propria storia gloriosa incarnata nella centenaria dinastia asburgica.

Protagonista è Francesco Ferdinando Trotta, discendente del Trotta eroe di Solferino da cui prende le mosse tutta la narrazione de “La Marcia di Radetzky”. Proveniente da una famiglia legata a doppio filo ai propri imperatori, Francesco Ferdinando sente già l’approssimarsi della fine in ogni sua azione, sente la morte aleggiare sui bicchieri delle sue giovani notti viennesi e sui volti dei suoi compagni aristocratici e ballerini di valzer. Per scampare alla morte cerca così la compagnia di due personaggi provenienti dalle regioni remote e campagnole dell’impero, per trovarvi quella spontanea scintilla di vita che non ha mai avuto. Ma la guerra distrugge questa ricerca e lo rispedisce, sopravvissuto, in un mondo in cui lui è del tutto fuori luogo. Barcamenandosi tra una moglie che insegue i sogni fasulli di una nuova modernità, una madre che ha perso tutto il patrimonio di famiglia, e una serie di nuovi personaggi arrivisti e parvenu, vede come unico rifugio nella cripta in cui sono sepolti i suoi imperatori.

Ma il giorno in cui verrà annunciata l’Annessione, tutto è perduto.

Breve, esile e veloce, ma pesante come un macigno, pieno di tutta l’insicurezza del suo tempo: questo romanzo affianca atmosfere decadenti tardo-ottocentesche a episodi quasi americani dell’ascesa della nuova classe borghese, descritti però con gli occhi sperduti del protagonista. Ne nasce, così, un romanzo nostalgico, elegante e commovente.

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