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“Questo libro vuole tutto.
Eppure i suoi protagonisti
vogliono solo una cosa:
vivere liberi.
Da anni nessun autore
tedesco aveva osato tanto.”
Andreas Platthaus, Frankfurter Allgemeine Zeitung

 

Tra tutte le numerose e entusiastiche recensioni internazionali de “La torre”, di Uwe Tellkamp, questa definizione del Frankfurter Allgemeine mi sembra la più vicina alla mia esperienza con questo libro.

Questo romanzo, uscito nel 2008 e pubblicato in Italia da Bompiani nel 2010 (in una traduzione a mio parere ottima, che rende giustizia alla complessità lessicale della lingua tedesca e dello stile dell’autore), vincitore del Deutscher Buch Preis 2008, è un viaggio nella Dresda del periodo finale della DDR, descritta minuziosamente e fedelmente. Tellkamp attinge, infatti, alla sua esperienza personale: nato a Dresda nel 1968, medico e letterato, ha vissuto in prima persona gli anni della caduta della Repubblica Democratica Tedesca (tema effettivamente non ancora così scandagliato dalla letteratura contemporanea europea in generale).

In questo clima di crisi imminente si svolgono le vite dei protagonisti, gli abitanti della Torre, un quartiere residenziale sull’Elba. Il libro segue le vicende di un gruppo familiare molto ampio e variegato, dedito all’arte e alla musica visti come la risposta al periodo buio che stanno vivendo, concentrandosi in particolare sulle vite di Richard Hoffman (medico in crisi con se stesso e con il proprio lavoro), di suo figlio Christian (giovane diviso tra l’amore per lo studio e il desiderio di libertà) e di Meno Rohde, personaggio complesso e inafferrabile in cui si condensa lo spirito romantico che sembra ormai perduto. Attorno a loro si muove una lunga serie di personaggi di tutti i tipi, che reagiscono in maniera molto diversa al clima generale di disfacimento.

Indipendentemente dagli avvenimenti personali dei personaggi, quello che mi ha colpito di più (e che credo sia il vero punto cardine del libro) è la minuziosa descrizione di Dresda, della DDR e dell’aria che si respirava in quel determinato momento. Mi è parso che i personaggi non valgano tanto quanto individualità, ma che siano i modelli della società di quel periodo storico, che incarnino la colorata situazione umana della nazione. Il talento di Tellkamp si trova nel rendere l’atmosfera buia, nostalgica e decadente delle ville divise in tanti piccoli appartamenti, le luci gialle dei posti di controllo, le ombre lunghe degli edifici storici di Dresda, il verde umido delle campagne circostanti, l’aria immobile e atemporale che pervade gli oggetti e le situazioni: sta nell’aver saputo dare corpo all’elettricità dello sconvolgimento imminente, all’onnipresenza della guerra passata, all’incertezza del futuro.

Non tutti i capitoli, ovviamente, risultano così brillanti (forse lo snellimento di qualche capitolo non avrebbe guastato), ma l’idea complessiva che se ne ricava è di un libro completo, di pregio, scritto con raffinatezza e senza banalità, da un autore di grande cultura che riesce a inserirsi nel solco dei grandi romanzi tedeschi. Consigliatissimo.

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