Tag

, , , , , ,

Devo ammettere che ho dovuto pensare molto a “Un amico di Marcel Proust”, di Philippe Besson, prima di riuscire a farmene un’opinione chiara. Ho conosciuto Besson attraverso “E le altre sere verrai?” (di cui abbiamo già pubblicato la recensione https://corrispondenzerecensioni.wordpress.com/2011/11/20/e-le-altre-sere-verrai-philippe-besson/), che in definitiva mi è piaciuto per l’idea e per la schiettezza. E, da proustiana, come ormai ben sapete, sono stata molto attratta dal titolo di “Un amico di Marcel Proust”, aspettandomi grandi cose. Forse proprio quest’aspettativa mi ha un po’ guastato la lettura del libro, libro spezzettato in più parti, alcune molto interessanti, altre che mi hanno fatto letteralmente strabuzzare gli occhi.

Ma andiamo con ordine.

“Un amico di Marcel Proust”, del 2001, è il romanzo d’esordio molto acclamato di Philippe Besson, autore francese che, pur usando uno stile frammentario e secco estremamente lontano dalla poesia proustiana, dichiara di essere molto legato all’opera di Proust. Sceglie quindi di inserire l’illustre scrittore nel suo primo romanzo, quale personaggio che si muove alle spalle del protagonista. Questo è Vincent, un giovane sedicenne freddo e attraente d’alta borghesia parigina che, durante la prima guerra mondiale, scopre le emozioni e l’amore dividendosi tra il mondo scintillante dell’Hotel Ritz (in cui attira l’attenzione di un Marcel Proust quarantenne di cui guadagna l’amicizia) e il mondo feroce della guerra, in cui viene scaraventato da Arthur, soldato e figlio della governante dal passato oscuro, che nella sua settimana di libertà lontano dal fronte diviene il suo amante.

Il libro si articola come il “diario” di Vincent e una raccolta delle lettere tra i tre personaggi. Lo stile è il solito stile frammentato e veloce di Besson, pieno di perifrasi spesso molto poetiche, che ben si adatta all’apparenza algida e distaccata del protagonista, che nel romanzo compie una vera maturazione emotiva, scoprendo l’amore, il dolore, la sua umanità più intima.

È questa la parte più preziosa del romanzo: i due ragazzi cozzano contro la guerra e ne sono sconvolti, ma trovano comunque nelle loro esistenze le cose più belle e le vivono a pieno, come se fossero eterne, nonostante tutta la finitezza e la precarietà brutale derivare dal conflitto mondiale.

Sarebbe davvero un romanzo molto bello. Ma è stato tirato in ballo Marcel Proust e, onestamente, non capisco perché. Quest’audace idea è stata lodata dalla stampa francese, ma personalmente non capisco perché abbia scomodato un personaggio del genere e perché ne abbia forzato la biografia per infilarlo nella storia. I capitoli riguardanti l’amicizia del giovane col famoso scrittore sono pieni di riferimenti e ammiccamenti ad una latente omosessualità, in maniera così maniacale da risultare fastidiosa e persistente come una chiacchiera da cortile di vecchie zitelle. Non ho gradito in generale, la totale mancanza di eleganza nel trattare di un personaggio che di tatto, raffinatezza e eleganza aveva fatto la sua caratteristica più spiccata.

Un consiglio: leggere e godersi il romanzo, facendo finta che lo scrittore quarantenne che compare e viene chiamato Marcel Proust, non sia Marcel Proust. Buona lettura.

Annunci