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Quando la Elliot mi ha permesso di scegliere uno dei libri del suo catalogo, ho faticato un po’ a prendere una decisione perché è una casa editrice che si distingue sicuramente per la qualità delle proposte.

Ma si sa, poco conta nella vita quanto il primo approccio, si riferisca esso all’incontro casuale con una persona o piuttosto – come in questo caso – con un libro: così “Il Figlio” di M. Rostain ha fatto la sua entrata nella mia vita, vuoi per l’enigmatica copertina, vuoi per l’attrazione che esercitava su di me la prospettiva di legger un libro che avesse vinto il premio Goncourt (e non sto parlando di un riconoscimento qualunque, bensì di un premio vinto, tra gli altri, anche da De Beauvoir e Proust).

La trama è quanto di più semplice e toccante esista: non si tratta di un libro costruito ad hoc per vendere o stupire, ma risponde all’esigenza dell’autore di raccontare il proprio dramma, di condividere con il pubblico la dolorosa perdita del figlio Lion, colpito e consumato in pochi giorni da una meningite fulminante nel 2005.

Mi sarei aspettata di trovarmi di fronte a una diario straziante,a un qualcosa di molto simile a “Paula” della Allende, libro nato da contingenze simili. Ma così non è stato.

 

Tra gli psicologi odierni va tanto di moda parlare di “elaborazione del lutto”: diffido accuratamente di utilizzare questa espressione perché non credo possibile che esista un modo che permetta di superare in fretta l’improvvisa scomparsa di una persona, ma di certo la scrittura solleva – in questi casi- dal peso di una confessione altrimenti taciuta.

Michel Rostain, famoso regista teatrale ed operistico, decide così di narrare le dodici ore finali della vita del figlio ventunenne. Nel fare ciò, adotta un punto di vista particolare: quello del figlio. Immagina che a parlare sia proprio Lion e che egli sia capace di vedere tutto lo svolgersi delle cose e di rivivere quegli ultimi fatali momenti. Questa scelta, a prima vista bizzarra, è in realtà il tratto caratterizzante del libro: è Lion, dall’esterno, che riesce a trovare un’ironia che il padre, distrutto dal dolore, difficilmente avrebbe saputo tirar fuori. E’ ancora lui che parla di sé, che parla dei suoi genitori: è come se il padre (da abile direttore teatrale) avesse deciso di mettersi da parte, di far parlare il figlio facendolo divenire, in questo modo, unico vero protagonista della vicenda.

Un libro che rimarca la brutalità della morte, che non cerca di dirci che è facile convivere con una mancanza, ma che ce ne sputa in faccia gli aspetti più tristi.

Ci dice che sta a noi sopravvivere: siamo noi a dover rincorrere, tra le casualità della vita, indizi che ci parlino e che ci ricordino la presenza di coloro che non sono più.

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