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“La gente vive delle proprie illusioni,” osservò.
“Perché no?” suggerii. “Che altro c’è?”
“La loro fine,” rispose.

In “Pulp” un modello letterario inflazionato (quello dell’investigatore privato) viene presentato sotto una luce diversa, una luce prettamente in linea con lo stile di Bukowski. Nick Belane, cinquantenne alcolizzato, solo e con molti debiti sulle spalle, viene interpellato per risolvere strani casi. Attorno a lui una serie di personaggi altrettanto atipici: strani extraterrestri, impresari di pompe funebri, scrittori, passeri rossi e una misteriosa Signora Morte, figura ingombrante e sempre presente.

E’ un libro che sinceramente non saprei da dove prendere, per cui mi appiglio alla dedica iniziale: una dedica alla “cattiva scrittura”. Naturalmente qui non si fa riferimento a una scrittura “brutta” (dal momento che Bukowski sapeva il fatto suo in tema di letteratura), quanto piuttosto a una scrittura maleducata, irriverente: e fin qui nulla di nuovo, dal momento che Charles aveva già abituato i lettori ad un linguaggio scarno e diretto. Quello che non convince – o meglio, che non mi ha convinta- è la “confusione” della scrittura: non che non si riescano a tenere le fila della trama, però – davvero- non ho capito dove si voglia andare a parare.

Insomma, dopo un mesetto di letture più o meno azzeccate (le ultime che non mi avevano convinto erano “Gli ingredienti segreti dell’amore” e “il Gabbiano Jonathan Livingston”), “Pulp” ha segnato, per quanto mi riguarda, una battuta d’arresto.

Un libro che consiglierei solamente a chi è appassionato di romanzi di investigazione, perché è giusto che nel repertorio degli investigatori letterari riservino un posto anche a Nick Belane.

Oppure a chi ama Bukowski e di suo ha già letto tutto, perché è giusto che nel repertorio dei personaggi bukowskiani riservino un posto anche a Nick Belane.

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