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Il prologo de “La noia” è un inizio in medias res: Alberto Moravia lascia parlare Dino, il protagonista fisico della vicenda, che ripercorre tutta la sua storia passata per spiegare come mai abbia deciso di smettere di dipingere, facendosi vincere da colei che è il vero personaggio principale del romanzo, la noia, appunto.

Essa viene presentata come l’accompagnatrice indefessa dell’esistenza di Dino e, spesso, l’unica causa delle sue scelte. Figlio di una ricchissima famiglia romana, sente come la società in cui vive e le cose che fa siano assurde, impenetrabili, insuperabili, in una parola noiose. Cerca nuova linfa vitale dapprima nel lasciare la villa di famiglia per vivere della sua pittura in un piccolo appartamento nel centro di Roma e, in seguito all’abbandono della pittura per noia, nella sua nuova amante, Cecilia, ragazza enigmatica che lo conduce in una relazione confusa che lo assorbe completamente.

Cecilia è un personaggio indescrivibile. Entra per caso nella vita di Dino che ne percepisce la piattezza ma non riesce a perdere l’interesse che ha per lei, fino a dilagare in una forte gelosia causata dalla naturale bigamia della ragazza. L’uomo spera di poter possedere interamente Cecilia per riuscire a provare noia per lei, ma questo risulta impossibile per l’incomunicabilità che c’è tra i due, per l’aura di mistero che avvolge la giovane, per l’inspiegabile e sconcertante piattezza delle sue abitudini. L’unica vera forma di possesso che egli riesce ad attuare su di lei è quello sessuale, ripetuto maniacalmente, ma senza conseguenze.

I dialoghi e le situazioni sono rudi, scarni, appartenenti al dizionario di Moravia. Le atmosfere ferinamente sessuali, il vuoto esistenziale legato al mondo alto borghese e l’incapacità di sentirsi appagati, accomunano molto “La noia”, al primo romanzo dell’autore, “Gli indifferenti”, precedente di 30 anni.

Sembra quasi impossibile identificarsi completamente nei personaggi: la abitudinaria e ripetitiva vita di Cecilia rasenta l’automatismo; l’odiata madre di Dino rappresenta, persino nel vestiario, l’alta società del dopoguerra romano; forse solo Dino, che vive nella speranza di fuggire la noia, pur sentendosi perso senza di essa, sembra più vicino ad ognuno di noi.

Anche il lettore, probabilmente, riesce a sentirsi un po’ perso. Niente è definito, tutto è invalicabile. Se l’intento di Moravia era quello di rendere una realtà inspiegabilmente irrisolvibile, beh, c’è riuscito in pieno.

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